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Spalla dolorosa: cosa fare e perché la fisioterapia è importante

Il dolore alla spalla è un disturbo molto comune e può rendere difficili anche i gesti più semplici: vestirsi, pettinarsi, sollevare un oggetto o prendere qualcosa da uno scaffale.

In molti casi il fastidio aumenta durante la notte, impedendo di dormire sul fianco interessato e causando frequenti risvegli. Il dolore notturno, però, non identifica da solo una specifica patologia: può comparire in diverse condizioni e deve essere interpretato insieme agli altri sintomi e all’esame clinico.

Perché la spalla può fare male?

La spalla è un’articolazione molto mobile e complessa. Il dolore può dipendere da diverse cause, tra cui:

  • sovraccarico dei tendini della cuffia dei rotatori;
  • riduzione della forza e della capacità di movimento;
  • capsulite adesiva, conosciuta come “spalla congelata”;
  • artrosi;
  • trauma o caduta;
  • irritazione proveniente dal collo;
  • periodi prolungati di immobilità.

Non tutti i dolori alla spalla sono uguali. Per questo è importante evitare diagnosi fai da te basate soltanto sul punto in cui si avverte il fastidio.

Perché il dolore alla spalla aumenta di notte?

Durante la notte la spalla rimane a lungo nella stessa posizione. Dormire sul lato doloroso può aumentare la compressione dei tessuti sensibili, mentre alcune posizioni del braccio possono accentuare la tensione sulla zona interessata.

Anche dormire sul lato opposto senza sostenere adeguatamente il braccio può provocare fastidio, perché il peso dell’arto tende a portare la spalla in avanti.

Il dolore notturno può diventare particolarmente fastidioso perché interrompe il sonno. Dormire male aumenta stanchezza, irritabilità e sensibilità al dolore, creando un circolo difficile da interrompere.

Cosa fare quando la spalla fa male?

La prima cosa da fare è evitare sia l’immobilità completa sia le attività che provocano un forte aumento dei sintomi.

Un riposo relativo può essere utile: significa continuare a muovere il braccio entro limiti tollerabili, riducendo temporaneamente i carichi e i movimenti più irritanti.

Nelle prime giornate può essere consigliabile:

  • evitare di sollevare ripetutamente il braccio sopra la testa;
  • ridurre i pesi e le attività che aumentano chiaramente il dolore;
  • non dormire direttamente sulla spalla interessata;
  • sostenere il braccio con un cuscino;
  • mantenere movimenti dolci, senza forzare.

Farmaci antidolorifici o antinfiammatori devono essere valutati con il medico o il farmacista, soprattutto in presenza di altre patologie o terapie farmacologiche.

Come dormire con il dolore alla spalla

Per ridurre il disagio notturno si può provare a dormire sulla schiena, appoggiando un piccolo cuscino sotto il gomito e l’avambraccio della spalla dolorosa.

Dormendo sul fianco opposto, può essere utile abbracciare un cuscino e appoggiarvi il braccio interessato. In questo modo la spalla rimane sostenuta e non cade in avanti.

È preferibile evitare di dormire con il braccio sollevato sopra la testa o direttamente sotto il cuscino quando queste posizioni aumentano i sintomi.

Questi accorgimenti possono alleviare temporaneamente il fastidio, ma non sostituiscono una valutazione quando il problema persiste.

Perché è importante la valutazione fisioterapica?

La fisioterapia non consiste semplicemente nel massaggiare la zona dolorosa. Il primo passaggio è una valutazione completa, durante la quale il fisioterapista analizza:

  • quando e come è iniziato il dolore;
  • quali movimenti risultano limitati;
  • la mobilità attiva e passiva;
  • la forza della spalla;
  • il movimento della scapola;
  • l’eventuale coinvolgimento del collo;
  • le attività lavorative, sportive e quotidiane del paziente.

Questa valutazione permette di individuare i fattori che contribuiscono al problema e di costruire un programma personalizzato.

Non sempre è necessario effettuare subito una risonanza magnetica o un’ecografia. Nelle tendinopatie della cuffia dei rotatori, le linee guida cliniche sottolineano l’importanza dell’anamnesi e dell’esame fisico; gli esami strumentali vengono valutati quando possono modificare la gestione del paziente o quando i sintomi non migliorano come previsto.

Come può aiutare la fisioterapia?

Nella maggior parte dei problemi muscoloscheletrici della spalla, il trattamento riabilitativo comprende educazione, gestione graduale delle attività ed esercizio terapeutico.

Riduzione del dolore

Nella fase iniziale il fisioterapista può aiutare il paziente a individuare i movimenti e le posizioni che irritano maggiormente la spalla, suggerendo adattamenti temporanei per il lavoro, il sonno e le attività quotidiane.

La terapia manuale può essere utilizzata come supporto per ridurre il dolore nel breve periodo e facilitare il movimento. Non dovrebbe però rappresentare l’unico trattamento: il recupero richiede normalmente anche una componente attiva.

Recupero della mobilità

Quando la spalla diventa rigida, vengono proposti esercizi graduali per migliorare l’ampiezza dei movimenti senza provocare un’eccessiva irritazione.

Gli esercizi devono essere adattati alla condizione del paziente. Forzare una spalla molto dolorosa non significa necessariamente recuperare più velocemente e, in alcuni casi, può peggiorare temporaneamente i sintomi.

Recupero della forza

Il programma prosegue con esercizi progressivi per la cuffia dei rotatori, i muscoli della scapola e l’intero arto superiore.

L’obiettivo non è soltanto aumentare la forza, ma rendere la spalla nuovamente capace di sostenere le richieste della vita quotidiana, del lavoro o dello sport.

Le linee guida del 2025 sulla tendinopatia della cuffia dei rotatori raccomandano un programma attivo di esercizi come componente centrale del trattamento conservativo.

Ritorno alle attività

La fase finale della riabilitazione prepara il paziente ai gesti che provocavano difficoltà: sollevare pesi, lavorare con il braccio in alto, praticare sport o svolgere le normali attività domestiche.

Il carico viene aumentato progressivamente, in base alla risposta della spalla e agli obiettivi individuali.

Quanto tempo serve per migliorare?

Non esiste una durata uguale per tutti. Il recupero dipende dalla causa del dolore, dal tempo trascorso prima di iniziare il trattamento, dalla presenza di rigidità, dalle condizioni generali e dalla costanza nell’eseguire il programma concordato.

Alcune persone migliorano nel giro di poche settimane, mentre condizioni come la capsulite adesiva possono richiedere diversi mesi.

La fisioterapia non può garantire la scomparsa immediata del dolore, ma può favorire un recupero graduale, aiutare a gestire meglio i sintomi e ridurre le limitazioni funzionali.

Quando è necessario rivolgersi rapidamente al medico?

È importante richiedere una valutazione medica urgente in presenza di:

  • dolore intenso dopo un trauma o una caduta;
  • evidente deformità della spalla;
  • impossibilità improvvisa di muovere il braccio;
  • febbre, arrossamento, calore o gonfiore importante;
  • perdita marcata di forza o sensibilità;
  • dolore associato a difficoltà respiratoria, dolore al petto, sudorazione o nausea;
  • dolore continuo e non legato ai movimenti, soprattutto se accompagnato da malessere generale o perdita di peso non spiegata.

Le infezioni articolari, le lussazioni non ridotte e alcuni traumi importanti richiedono una valutazione tempestiva.

Conclusioni

Quando la spalla fa male, soprattutto durante la notte, non bisogna limitarsi a sopportare il dolore o interrompere completamente ogni movimento.

Una valutazione accurata permette di comprendere l’origine del problema e di scegliere il percorso più adatto. La fisioterapia può avere un ruolo fondamentale nel controllo dei sintomi, nel recupero della mobilità e della forza e nel ritorno alle normali attività.

Il trattamento deve essere sempre personalizzato: non esiste un esercizio valido per ogni tipo di dolore alla spalla.

 

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Mal di testa: quando la fisioterapia può fare la differenza

Il mal di testa è uno dei disturbi più comuni nella popolazione. Può comparire occasionalmente oppure diventare un problema ricorrente, influenzando il lavoro, il sonno, la concentrazione e la qualità della vita.

Molte persone ricorrono esclusivamente ai farmaci per alleviare il dolore, senza sapere che, in alcuni casi, la fisioterapia può rappresentare un valido aiuto sia nel trattamento sia nella prevenzione degli episodi.

Non tutti i mal di testa sono uguali

Esistono diverse forme di cefalea. Tra le più frequenti troviamo:

  • cefalea tensiva;
  • emicrania;
  • cefalea cervicogenica.

In particolare, la cefalea cervicogenica ha origine dalle strutture del rachide cervicale, come articolazioni, muscoli e legamenti. Anche tensioni muscolari persistenti, rigidità del collo e posture mantenute per molte ore possono contribuire alla comparsa o al peggioramento del mal di testa.

Per questo motivo è fondamentale individuare la causa del dolore prima di iniziare qualsiasi trattamento.

Quando è utile la fisioterapia?

La fisioterapia è particolarmente indicata quando il mal di testa è associato a:

  • dolore o rigidità del collo;
  • tensione dei muscoli cervicali e delle spalle;
  • posture scorrette mantenute durante il lavoro o lo studio;
  • episodi ricorrenti favoriti da fattori muscolo-scheletrici.

Dopo una valutazione approfondita, il fisioterapista costruisce un percorso personalizzato in base alle caratteristiche del paziente.

Terapia manuale

La terapia manuale rappresenta uno degli strumenti più efficaci nel trattamento delle cefalee di origine muscolo-scheletrica.

Attraverso tecniche specifiche, il fisioterapista può migliorare la mobilità delle articolazioni cervicali, ridurre le tensioni muscolari e diminuire il dolore, favorendo un migliore equilibrio dell’intero distretto cervicale.

L’obiettivo non è soltanto alleviare il sintomo, ma intervenire sui fattori che lo alimentano.

Rieducazione posturale

Molte attività quotidiane ci portano a mantenere la testa in avanti per molte ore: davanti al computer, allo smartphone o durante la guida.

Con il tempo queste abitudini possono aumentare il carico sui muscoli del collo e contribuire alla comparsa del mal di testa.

La rieducazione posturale aiuta il paziente a migliorare il controllo del proprio corpo, riducendo le sollecitazioni eccessive sul rachide cervicale e favorendo una distribuzione più equilibrata dei carichi.

Esercizio terapeutico

Le evidenze scientifiche dimostrano che l’esercizio terapeutico rappresenta uno degli elementi più importanti nella gestione del mal di testa correlato a problematiche cervicali.

Gli esercizi vengono scelti in modo specifico per:

  • migliorare la mobilità del collo;
  • rinforzare la muscolatura cervicale e scapolare;
  • aumentare la resistenza dei muscoli posturali;
  • ridurre il rischio di recidive.

L’esercizio permette al paziente di diventare parte attiva del proprio percorso di recupero e contribuisce a mantenere i risultati ottenuti nel tempo.

Educazione alle corrette posture

Una parte fondamentale del trattamento consiste nell’educazione del paziente.

Imparare a gestire le posture durante il lavoro, utilizzare correttamente il computer, fare pause regolari e modificare alcune semplici abitudini quotidiane può contribuire in modo significativo alla riduzione della frequenza e dell’intensità degli episodi di mal di testa.

Piccoli cambiamenti, mantenuti nel tempo, possono fare una grande differenza.

Quando rivolgersi al fisioterapista?

È consigliabile richiedere una valutazione fisioterapica quando il mal di testa:

  • si associa frequentemente a dolore cervicale;
  • compare dopo molte ore trascorse al computer;
  • peggiora con alcuni movimenti del collo;
  • tende a ripresentarsi con regolarità.

Naturalmente è importante ricordare che non tutti i mal di testa hanno origine muscolo-scheletrica. In presenza di sintomi insoliti, improvvisi o particolarmente intensi è sempre necessario rivolgersi al proprio medico per una corretta diagnosi.

Un percorso personalizzato

Ogni persona è diversa e anche il mal di testa può avere cause differenti. Per questo motivo il trattamento fisioterapico non si basa su protocolli standard, ma parte sempre da una valutazione approfondita.

L’obiettivo è individuare i fattori che contribuiscono al dolore e costruire un percorso personalizzato che integri terapia manuale, esercizio terapeutico, rieducazione posturale ed educazione alle corrette abitudini quotidiane.

Prendersi cura del mal di testa significa non limitarsi a trattare il sintomo, ma comprenderne le cause e lavorare per ridurne la frequenza, migliorando il benessere e la qualità della vita.

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Onde d’Urto Focali: Benefici, Indicazioni e Patologie Trattate

Onde d’Urto Focali: Benefici, Indicazioni e Patologie Trattate

Terapia con Onde d’Urto Focali in Fisioterapia

Le onde d’urto focali rappresentano una terapia innovativa, sicura e non invasiva ampiamente utilizzata in fisioterapia e riabilitazione per il trattamento del dolore e delle patologie muscolo-scheletriche.

Grazie alla loro efficacia clinicamente documentata, le onde d’urto focali vengono impiegate con successo nel trattamento di tendiniti, calcificazioni, fascite plantare, dolore alla spalla, epicondilite e numerose altre problematiche ortopediche.

La terapia stimola i naturali processi di guarigione dell’organismo, favorendo la rigenerazione dei tessuti e riducendo il dolore senza la necessità di ricorrere a interventi chirurgici o terapie invasive.

Cosa Sono le Onde d’Urto Focali?

Le onde d’urto focali sono impulsi acustici ad alta energia che vengono trasmessi in modo preciso e controllato sulla zona da trattare.

A differenza delle onde d’urto radiali, le onde focali consentono di raggiungere tessuti più profondi e di concentrare l’energia esattamente nell’area interessata dalla patologia, garantendo un trattamento mirato ed efficace.

Questa tecnologia viene utilizzata principalmente in:

  • fisioterapia;
  • medicina dello sport;
  • ortopedia;
  • riabilitazione muscolo-scheletrica.

Benefici della Terapia con Onde d’Urto Focali

I principali benefici delle onde d’urto focali includono:

  • riduzione del dolore;
  • diminuzione dell’infiammazione;
  • miglioramento della circolazione sanguigna locale;
  • stimolazione della rigenerazione dei tessuti;
  • accelerazione dei tempi di recupero;
  • riassorbimento delle calcificazioni;
  • miglioramento della mobilità articolare e della funzionalità.

Le onde d’urto rappresentano spesso una valida soluzione terapeutica quando farmaci, riposo o altre terapie conservative non hanno prodotto risultati soddisfacenti.

Quando Sono Indicate le Onde d’Urto?

La terapia con onde d’urto focali è particolarmente indicata nel trattamento delle patologie croniche dei tendini e dell’apparato muscolo-scheletrico.

Può essere consigliata in presenza di:

  • dolore cronico;
  • tendiniti e tendinopatie;
  • calcificazioni;
  • infiammazioni persistenti;
  • lesioni da sovraccarico funzionale;
  • problematiche legate all’attività sportiva.

Patologie Trattate con le Onde d’Urto Focali

Le onde d’urto focali trovano applicazione in numerose condizioni ortopediche e sportive, tra cui:

Fascite Plantare e Sperone Calcaneare

Riduzione del dolore al tallone e miglioramento della funzionalità del piede.

Tendinite Calcifica della Spalla

Favoriscono il riassorbimento delle calcificazioni e il recupero della mobilità articolare.

Epicondilite (Gomito del Tennista)

Utili per ridurre il dolore e migliorare la funzionalità del gomito.

Epitrocleite (Gomito del Golfista)

Indicate per il trattamento delle infiammazioni dei tendini flessori dell’avambraccio.

Tendinopatia Achillea

Favoriscono la rigenerazione del tendine e il recupero funzionale.

Tendinopatia Rotulea

Particolarmente efficaci nei soggetti sportivi e nei pazienti con dolore cronico al ginocchio.

Come Funziona una Seduta di Onde d’Urto?

Il trattamento viene eseguito dal fisiatra ( medico-specialista)  mediante un apposito manipolo applicato sulla zona da trattare.

Dopo una valutazione iniziale, vengono erogati impulsi acustici ad alta energia che stimolano i processi biologici di riparazione e rigenerazione dei tessuti.

Una seduta dura generalmente tra i 10 e i 20 minuti.

Il numero di trattamenti varia in base alla patologia e alle caratteristiche del paziente, ma nella maggior parte dei casi sono sufficienti da 3 a 5 sedute.

Le Onde d’Urto Focali Sono Dolorose?

Durante il trattamento è possibile percepire un lieve fastidio, soprattutto nelle aree maggiormente infiammate.

L’intensità della terapia viene sempre modulata dal professionista in base alla sensibilità del paziente, garantendo un trattamento efficace e ben tollerato.

Controindicazioni delle Onde d’Urto Focali

La terapia con onde d’urto focali non è indicata in presenza di:

  • gravidanza;
  • disturbi della coagulazione;
  • infezioni locali;
  • patologie tumorali nell’area da trattare;
  • presenza di specifici dispositivi elettronici o particolari controindicazioni mediche.

Per questo motivo è sempre fondamentale effettuare una valutazione specialistica prima di iniziare il trattamento.

Onde d’Urto Focali: Una Soluzione Efficace per il Dolore Muscolo-Scheletrico

Le onde d’urto focali rappresentano oggi una delle terapie più efficaci in fisioterapia per il trattamento del dolore muscolo-scheletrico e delle tendinopatie croniche.

Grazie alla loro azione antalgica, antinfiammatoria e rigenerativa, permettono di migliorare la qualità della vita, accelerare il recupero funzionale e favorire il ritorno alle normali attività quotidiane e sportive.

Prenota una Valutazione Fisioterapica

Se soffri di una tendinite, di una calcificazione o di un dolore persistente a carico di muscoli, tendini o articolazioni, contatta il nostro studio per una valutazione specialistica e scopri se la terapia con onde d’urto focali è il trattamento più adatto alle tue esigenze.

 

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Esercizi per il Mal di Schiena: Quando Sono Utili e Quando Eseguirli

Il mal di schiena è una delle problematiche muscoloscheletriche più diffuse e rappresenta una delle principali cause di limitazione nelle attività quotidiane. Può comparire in modo improvviso oppure svilupparsi gradualmente nel tempo, influenzando postura, movimento e qualità della vita.

Nella maggior parte dei casi, un percorso di fisioterapia associato a esercizi specifici rappresenta uno degli strumenti più efficaci per ridurre il dolore, migliorare la funzionalità e prevenire le ricadute.

Perché gli esercizi sono importanti nel mal di schiena

Per molto tempo si è pensato che il riposo fosse la soluzione migliore per il mal di schiena. Oggi sappiamo che, salvo particolari condizioni cliniche, il movimento controllato e guidato è fondamentale per favorire il recupero.

Gli esercizi terapeutici aiutano a:

  • migliorare la mobilità della colonna vertebrale
  • ridurre rigidità e tensioni muscolari
  • rinforzare la muscolatura di supporto
  • migliorare postura ed equilibrio
  • aumentare la stabilità del tratto lombare
  • prevenire nuovi episodi dolorosi

Un programma di esercizi personalizzato permette inoltre di recuperare sicurezza nei movimenti quotidiani e ridurre la paura del dolore durante le attività.

Quando gli esercizi sono utili

Gli esercizi per il mal di schiena risultano particolarmente utili in presenza di:

  • lombalgia acuta o cronica
  • dolore posturale
  • rigidità muscolare
  • vita sedentaria
  • debolezza dei muscoli del core
  • recupero dopo episodi di sciatica
  • dolore legato a sovraccarichi lavorativi o sportivi

Sono spesso indicati anche dopo periodi prolungati di inattività o durante percorsi riabilitativi successivi a problematiche vertebrali.

Quando eseguire gli esercizi

Il momento giusto per iniziare dipende dalla causa e dall’intensità del dolore.

Nella fase acuta

Quando il dolore è molto intenso, gli esercizi devono essere leggeri, controllati e mirati soprattutto a:

  • mantenere la mobilità
  • evitare irrigidimenti
  • ridurre la tensione muscolare

In questa fase è importante evitare esercizi improvvisati o troppo intensi.

Nella fase subacuta

Quando il dolore diminuisce, si possono introdurre esercizi più attivi per:

  • recuperare mobilità completa
  • migliorare la stabilità lombare
  • rinforzare addome e schiena

Questa è spesso la fase più importante del percorso riabilitativo.

Nella fase di mantenimento

Anche dopo la scomparsa del dolore, continuare con esercizi regolari aiuta a prevenire ricadute e mantenere la schiena efficiente nel tempo.

Quali esercizi vengono utilizzati in fisioterapia

Gli esercizi vengono scelti dal fisioterapista in base alla persona, alla sintomatologia e alle limitazioni presenti.

 

Errori da evitare

Uno degli errori più comuni è iniziare esercizi trovati online senza una valutazione adeguata. Non tutti i mal di schiena sono uguali e alcuni movimenti potrebbero peggiorare i sintomi.

Quando rivolgersi al fisioterapista

Una valutazione fisioterapica è consigliata quando:

 

  • il dolore persiste per diversi giorni
  • il mal di schiena limita le attività quotidiane
  • il dolore si irradia a gluteo o gamba
  • si verificano episodi frequenti
  • si vuole prevenire il problema nel lungo periodo

 

Il fisioterapista individua le cause del dolore e costruisce un programma riabilitativo personalizzato, adattato alle esigenze della persona.

 

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Mal di Schiena Post Protesi di Anca e Ginocchio?

Associazione tra mal di schiena e protesi di anca o di gionocchio.

Lombalgia

Definita come un dolore localizzato nella regione compresa tra il margine inferiore delle ultime coste e le pieghe glutee.

Lombosciatalgia

Quando il dolore è avvertito nella regione posteriore e laterale dell’arto inferiore per irritazione del nervo sciatico, o lombocruralgia, se la porzione maggiormente interessata è la parte anteriore della coscia.

La lombalgia ha un impatto rilevante sui pazienti in termini di dolore, limitazioni dell’attività, restrizioni nella partecipazione sociale e influenza sul lavoro ed incide notevolmente sul costo dell’assistenza sanitaria nei paesi industrializzati.

L’artrosi

é una situazione patologica dovuta all’usura e all’invecchiamento delle articolazioni, che colpisce soprattutto le sedi maggiormente sollecitate dal carico, ovvero le ginocchia e le anche.

La causa

è dovuta al deterioramento della cartilagine, il tessuto di rivestimento delle ossa all’interno delle articolazioni, la cui funzione è quella di ridurre l’attrito fra i capi ossei, attraverso la produzione del liquido sinoviale.

La conseguenza di questa condizione è la generazione di una risposta infiammatoria con la comparsa di dolore. Nei casi più gravi le ossa possono arrivare a sfregarsi l’un l‘altra provocando rigidità e deformazioni ossee.

Terapie conservative

Se le infiltrazioni di acido ialuronico la fisioterapia, risulterannno insoddisfacenti per migliorare la qualità di vita dei pazienti risulterà necessario ricorrere all’intervento chirurgico protesico.

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/29227353/

Nella Prtaica Clinica

Spesso ci troviamo di fronte a pazienti sottoposti ad intervento di protesi di anca o di ginocchio con problematiche di lombalgia post intervento.

Da questa osservazione ci siamo quindi posti le seguenti domande:

Tra i pazienti che soffrivano di lombalgia già prima della sostituzione protesica, quali e quanti peggiorano dopo l’intervento?

Tra quelli invece che non hanno mai sofferto di mal di schiena, a quanti insorge dopo la protesi?

Come possiamo capire in anticipo, tra i pazienti con lombalgia, a chi migliorerà questo sintomo dopo l’intervento?

Conclusioni

Per tentare di rispondere a questi dubbi ci siamo messi a consultare la letteratura scientifica. Quello che si evince è che il 66% dei pazienti candidati ad intervento di protesi di ginocchio soffrono di mal di schiena.

Tra questi, solo il 33% vedrà migliorare questo sintomo dopo l’intervento, mentre in 2 pazienti su 3 la lombalgia non migliorerà o potrebbe addirittura peggiorare influendo negativamente sugli esiti funzionali del ginocchio e, di conseguenza, in termini di soddisfazione relativa all’intervento stesso.

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/32693445/

Per quanto riguarda invece i pazienti candidati all’intervento di protesi di anca la situazione è differente.

Dalla letteratura sembra che la percentuale di pazienti con miglioramento della lombalgia dopo l’intervento chirurgico vari, a seconda degli studi, tra il 56% e il 93%.

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/20127429/
https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/26276572/
https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/34605608/

Da questo lavoro di revisione della letteratura abbiamo tratto le seguenti conclusioni:

Non è ancora stata chiarita la causa della lombalgia in pazienti con artroprotesi di ginocchio o anca.

La presenza del mal di schiena comporta un peggior esito dell’intervento chirurgico di sostituzione protesica in termini di dolore postoperatorio, in termini funzionali e in termini di soddisfazione del paziente.

Per quanto riguarda il miglioramento della lombalgia, sembra che l’intervento chirurgico sia più efficace nei pazienti che hanno effettuato la protesi di anca rispetto a quelli sottoposti a protesi di ginocchio.

Pazienti con lombalgia cronica dovrebbero essere istruiti, in ambito preoperatorio, che gli esiti della chirurgia potrebbero essere inferiori alle attese.

Quindi?

Se soffrite, o avete sofferto in passato, di mal di schiena e siete in lista d’attesa per essere sottoposti ad un intervento di protesi di anca o di ginocchio, potrebbe essere utile una valutazione fisioterapica per decidere se sia il caso di intraprendere o meno un percorso riabilitativo al fine di prevenire la comparsa di questa spiacevole complicanza post-operatoria.


  • Airaksinen O. et al. Chapter 4: European guidelines for the management of chronic nonspecific low back pain. European Spine Journal. 2006
  • Lehtola V. et al. Efficacy of movement control exercises versus general exercises on recurrent sub-acute nonspecific low back pain in a sub-group of patients with movement control dysfunction. protocol of a randomized controlled trial. BMC Musculoskeletal Disorders. 2012.
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Nuove Terapie in caso di problemariche articolari o strutture muscolo-tendinee e legamentose.

I Tendini

Sono strutture che originano dai muscoli e collegano quest’ultimi alle ossa. Sono formati da tessuto connettivo, elastico, molto resistente e hanno la funzione di trasmettere la forza, consetendo il movimento. Il collagene è la componente principale di questo tessuto.

Tendinopatia

Condizione dolorosa, caratterizzata da specifici segni e sintomi, che colpiscono un determinato tendine, (ad esempio dolore ad un gomito, ad una spalla, ad un piede.. ). Tra le problematiche che possono beneficiare del trattamento con il collagene idrolizzato le più comuni sono:

 

  • L’epicondilite (gomito del tennista).
  • Tendinopatie della cuffia dei rotatori (Dolori diffusi alle spalle).
  • La tendinopatia dell’Achilleo.
  • La fascite plantare (dolore alla pianta del piede).

med.ncbi.nlm.nih.gov/30563214/

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/33302563/

Trattamento con Collagene Idrolizzato

Nell’ambito della medicina riabilitativa interventistica, solitamente i trattamenti infiltrativi più comuni utilizzati per le problematiche riguardanti le articolazioni e le strutture muscolo-tendinee e legamentose sono:

  • Acido ialuronico (HA).
  • Corticosteroidi.
  • Plasma ricco di piastrine (PRP).

Non sempre questi tipi di trattamenti sono efficaci si è reso necessario trovare nuove terapie.

Negli ultimi anni si sta affermando l’impiego del collagene idrolizzato come approccio alternativo a quelli appena citati con risultati incoraggianti.

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/32856437/

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/32447428/

Il collagene Idrolizzato, viene effettuato tramite iniezione, cosi da diffondersi rapidamente stimolando i processi riparativi mediante la proliferazione cellulare.

Il Collagene

l’utilizzato di questo tipo di trattamento è prodotto a partire da tessuto connettivo di origine bovina trattato in maniera controllata con enzimi specifici per ottenere dei peptidi di collagene a basso peso molecolare, capaci appunto di diffondere velocemente nelle strutture coinvolte.

La Tecnica Terapeutica

Consiste nell’infiltrazione intra e/o peri-tendinea, mediante un ago sottile, di 1 ml di soluzione contenente 5 mg di peptidi di collagene idrolizzato, previa accurata disinfezione della cute; a seconda della zona da trattare, tale quantitativo verrà suddiviso in una o più iniezioni.

Per una maggiore precisione, ci si avvale dell’assistenza ecografica.

Il ciclo terapeutico solitamente prevede due sedute infiltrative a distanza di 15 giorni l’una dall’altra.

Il trattamento solitamente risulta efficace nella riduzione del dolore e nel recupero della funzionalità sin dalla prima iniezione.

 

https://fisiostandard.it/uncategorized/nuove-terapie-in-caso-di-problemariche-articolari-o-strutture-muscolo-tendinee-e-legamentose/

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La Capsulite Adesiva, anche detta Spalla Congelata.

E’ una condizione patologica della spalla che coinvolge la capsula articolare che circonda l’articolazione gleno-omerale. Un processo infiammatorio determina un’alterazione della capsula stessa che si ispessisce diventando più rigida e meno elastica.

Ciò comporta una progressiva perdita di articolarità e la comparsa di dolore alla spalla interessata.

La capsulite adesiva solitamente non ha una causa scatenante, colpisce tra il 2% e il 5% della popolazione generale, in particolare le donne di età compresa tra i 40 e i 60 anni, e più frequentemente i pazienti con diabete mellito e ipotiroidismo.

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/23738277/

La storia clinica di questa condizione patologica si suddivide in tre fasi.

Prima Fase:

Caratterizzata dal dolore alla spalla che può essere più o meno intenso e può aggravarsi più o meno rapidamente nell’arco di settimane o mesi; in questa fase non è ancora evidente la perdita di mobilità della spalla.

Seconda Fase:

Detta del “congelamento”, la retrazione della capsula articolare si aggrava e ciò comporta la caratteristica e progressiva riduzione dell’articolarità della spalla, questa fase ha una durata che varia dai 4 ai 6 mesi di media. Al termine di questa fase il dolore può essere limitato o addirittura assente.

Terza Fase:

“Fase dello scongelamento”, si osserva un lento miglioramento della mobilità articolare fino al recupero più o meno completo; questa fase ha una durata variabile dai 6 mesi ai 2 anni.

In passato si pensava che la capsulite adesiva progredisse attraverso le varie fasi, in tempi più o meno lunghi, fino ad una completa risoluzione dei sintomi senza la necessità di trattamenti specifici. Tuttavia, recenti studi hanno dimostrato limitazioni funzionali persistenti in pazienti non sottoposti ad alcun trattamento.

https://www.aafp.org/afp/2019/0301/p297.html.

 

L’esame Clinico:

Attraverso la verifica della Mobilità articolare, esami strumentali come risonanza magnetica, radiografia e l’ecografia vengono effettuate per escludere condizioni differenti.

 

Le Opzioni Terapeutiche:

Fisioterapia (che consente di ridurre i tempi di evoluzione della spalla congelata).

Terapia farmacologica, per tentare di controllare la sintomatologia dolorosa.

L’infiltrazione in modalità eco-assistita (sotto guida ecografica), consiste nell’introduzione all’interno dell’articolazione di sostanze medicamentose.

//www.aafp.org/afp/2019/0301/p297.html#afp20190301p297-b2

 

Dr Stefano Contri

 

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Il mal di schiena funzionale: un male evitabile!

Il mal di schienai è la prima causa di visita medica nel mondo occidentale.

Se ti fa male la schiena almeno puoi dire di essere in buona compagnia!

(https://www.boneandjointburden.org/fourth-edition/iia0/low-back-and-neck-pain).

Ma il fatto che sia così comune non è un buon motivo per accettarlo come inevitabile. Al contrario, ogni forma di mal di schiena deriva dalla sofferenza di un qualche tessuto se ben diagnosticato può essere riportato alla salute.

Vi sono cause di dolore lombare causate da un vero danno strutturale, come le fratture vertebrali o l’ernia del disco.

Vi sono però anche molte situazioni in cui il mal di schiena deriva da una cattiva funzionalità della schiena anche senza che questa presenti delle malattie troppo gravi.

La cattiva funzionalità è dovuta ad una vita sedentaria con posizioni sbagliate mantenute a lungo ed attività fisica insufficiente (https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/35079583/).

In questi casi una corretta informazione su quali siano le posizioni ed attività nocive è il primo passo fondamentale per risolvere questo problema.

Il primo strumento quindi è capire cosa fa male e ridurlo il più possibile.

L’altra semplice azione da avviare per risolvere questo tipo di problema è avviare un programma di corretto esercizio terapeutico.

Se la sedentarietà è la causa del problema non deve sembrarci strano che la ginnastica ne sia la soluzione. L’esercizio usato come medicina è una strategia efficacissima, insuperabile quanto al rapporto tra benefici e rischi.

Ogni terapia farmacologica ha sempre una percentuale di rischi non trascurabile, specialmente se usati nel lungo periodo, un programma di ginnastica ben calibrato porta fondamentalmente solo vantaggi.

Un trattamento efficace comprende esercizi corretti da compiere quotidianamente in pochi minuti.

Gli esercizi possono essere fatti per proprio conto per chi lo preferisce oppure con appuntamenti regolari in piccoli gruppi seguiti da fisioterapista per coloro che sceglie di essere più monitorato.

Il mal di schiena funzionale è possibile a tutte le età ma va aumentando con l’invecchiamento artrosico delle articolazioni lombari.

Con gli anni il rachide perde tolleranza alle posizioni mantenute ed agli sforzi, specialmente se il soggetto non fa nulla per mantenere la salute della schiena.

Spesso si sente dire “prima il male mi durava un paio di giorni e passava con l’antinfiammatorio, ora invece non mi vuole passare”.

Rinunciare alla salute della propria schiena è davvero una cattiva scelta, significa veder peggiorare il proprio tono dell’umore (https://medalerthelp.org/blog/depression-and-back-pain/) e qualità della vita.

Le soluzioni esistono

Sono molto più a portata di mano di quello che i più pensano, comportano si un po’ di impegno regolare ma in poco tempo questo diventa un’abitudine di nessun peso e con immensi benefici.

Dr Stefano Contri

Business woman choosing fitness

Stare molte ore sedute nuoce alla schiena? Sicuramente!

La posizione seduta anche la più corretta non è mai giusta se mantenuta per più di due ore consecutive senza pause.

postura-seduta

Il corpo è progettato per muoversi, non per stare fermi per lungo tempo!

La posizione seduta che cosa provoca?

Ci fa perdere la nostra posizione naturale della schiena, perchè cambia la posizione del bacino visto che le nostre gambe si piegano in avanti e la schiena viene spinta posteriormente.

I muscoli si sovraccaricano.

Aumenta la pressione tra una vertebra e l’altra (maggior rischio di erniazione).

Minor ossigenazione e nutrimento dei tessuti (danneggia anche il nostro cervello).

https://www.focus.it/scienza/salute/stare-seduti-per-troppo-tempo-danneggia-il-cervello

 

Cosa poter fare?

Muoversi il più possibile (ogni due ore di posizione seduta camminare per almeno 3 minuti).

Cercare di mantenere Posture corrette.

Aggiungere attività fisica con regolarità 2/3 volte per almeno 30/40 minuti alla settimana sotto una buona guida esperta.

E se il dolore è già presente, rivolgersi a un esperto di mal di schiena (Fisioterapista, Fisiatra o Ortopedico).

Dr Stefano Contri

 

 

Group of young adult friends using smartphones in the subway

Cosa succede quando sto molte ore sui social media?

Stare molte ore chini a guardare il proprio cellulare può sovraccaricare il nostro tratto cervicale fino ad un carico 27 chili di pressione (il peso di un bambino 7- 8anni).

Lo sostiene uno studio condotto anni fa da Kenneth Hansraj, primario di chirurgia spinale presso il New York Spine Surgery and Rehabilitation Medicine.

Il peso imposto al collo dipende dall’inclinazione del capo assunta (mediamente il capo ha un peso 4-5 Kg). Un’angolazione di 15 gradi equivale a 12 chili di sofferenza; 30 gradi a 18 chili, 45 gradi a 22 chili.

 

In media, trascorriamo dalle 2 alle 4 ore al giorno con la testa china sullo smartphone, per scrivere, leggere o giocare. In un anno, fanno 700-1.400 ore di stress cervicale, che diventano 5 mila nel caso di soggetti particolarmente a rischio, che trascorrono molto tempo al cellulare o chini sui libri (pensiamo agli adolescenti). Nel corso del tempo, questa abitudine impone una posizione curva in avanti che può provocare dolori muscolo-scheletrici (cervicalgia, dorsalgia).

Testa alta, schiena dritta. Sappiamo che non è possibile evitare l’utilizzo delle nuove tecnologie, come si possono prevenire i danni alla colonna vertebrale:

  • Mantenere una posizione corretta del capo ( con le orecchie allineate alle spalle).
  • Ogni 30 minuti  una pausa 2-3 minuti
  • Semplici esercizi per alleviare i dolori e rilassare il collo.

Qualora uno o più di questi sintomi come: dolori al collo ricorrenti, mal di testa possibilmente associati a nausea o vertigini, permangano per vari giorni, in questi casi  è necessario effettuare delle terapie mirate per ristabilire il giusto equilibrio muscolo-scheletrico.,

 

Dr Stefano Contri

 

Fonti

https://www.focus.it/scienza/salute/un-macigno-sul-collo-ecco-che-cosa-succede-se-guardi-troppo-il-cellulare

Businnessman standing in the dramatic ocean befre storm

I Nostri dolori dipendono dal tempo?

Che si tratti d’artrosi, artriti, mal di schiena o di altri acciacchi, molti pazienti hanno osservato un rapporto di causa-effetto tra il tempo atmosferico e il peggioramento (o miglioramento) della loro condizione. Addirittura qualcuno crede che il legame sia così solido da permettere di prevedere un imminente cambiamento del meteo in base al dolore che si risveglia.

Al di fuori di questi eccessi un po’ folkloristici, nessuno dubita che l’improvviso aumento del dolori articolari abbiano pesanti effetti sulla qualità della vita, quello che invece non è ancora affatto chiaro è quanto le nostre giunture siano effettivamente sensibili alle variazioni ambientali legate al meteo, e se questo si traduca effettivamente in dolore.

La rivista Stat riporta che recentemente sono usciti due studi australiani che sembrerebbero demolire il mito. Il primo, pubblicato a dicembre sulla rivista Pain medicine ha esaminato 981 pazienti che avevano cercato assistenza per dolore lombare acuto: se questi episodi di mal di schiena erano stati scatenati dal meteo, incrociando i dati meteorologici sarebbero dovute emergere delle associazioni.

Dopo aver macinato i numeri i ricercatori hanno però dovuto concludere che non sembrava esserci alcuna relazione.

Il secondo studio, pubblicato a gennaio su , riguardava invece i pazienti con l’artrosi al ginocchio e si basava su una specie di diario on line in cui i pazienti segnalavano ai medici miglioramenti e peggioramenti dei loro dolori.

Anche in questo caso incrociando i risultati con i valori ambientali registrati i ricercatori non hanno trovato una relazione tra i fenomeni.

Non è la prima volta che il legame, in massima parte aneddotico, fra meteo e acciacchi è messo in discussione. Stat ricorda che negli anni ’90 lo psicologo Amos Tverski (un colosso degli studi sui nostri errori di ragionamento) firmò col medico Donald Redelmeier un lavoro su un piccolo campione di pazienti artritici: meteo e dolori sembravano privi di associazione. Gli scienziati in quel caso attribuirono la ricca aneddotica su acciacchi e meteo alla tendenza umana a trovare degli schemi anche dove non ce ne sono.

Un altro mito che se ne va quindi?

Le cose sembrano più complesse. Nonostante la doppietta di studi australiani l’unica cosa che si può dire con certezza è che al momento non esiste un consenso sugli effetti del tempo atmosferico su alcune condizioni. Molti altri studi, anche piuttosto recenti, hanno trovato una relazione, ma i risultati sono molto contraddittori.

Uno dei lavori più citati, anche dalle associazioni di pazienti, è quello uscito nel 2007 sull’ e ha rilevato una relazione tra il dolore artritico al ginocchio e i cambiamenti di pressione atmosferica e di temperatura ambientale, in particolare il dolore peggiorerebbe all’aumento della pressione e al diminuire della temperatura. Secondo un altro studio del 2014 su pazienti con artrite reumatoide invece il dolore peggiorerebbe al diminuire della pressione.

L’apparente risposta ai cambiamenti di pressione, in positivo o in negativo, potrebbe suggerire un meccanismo: i tessuti intorno all’articolazione si dilatano o si comprimono abbastanza da far scattare il dolore, ma al momento è solo un’ipotesi per un fenomeno la cui esistenza stessa è ancora controversa tra i medici.

La difficoltà di isolare chiare ripetibili relazioni tra le condizioni atmosferiche e le variazioni di dolore potrebbe essere un punto a favore per le conclusioni di Redelmeier e Tverski: è la nostra mente che cerca una causa tangibile di un dolore imprevedibile e finisce per attribuirla a quello che vediamo fuori dalla finestra.

Dopotutto prendiamo continuamente l’ascensore, e nei grattacieli questo significa attraversare drastici cambiamenti di pressione. Eppure non ci sono più epidemie di dolore alle giunture negli atri e negli attici di quante non ce ne siano sulle coste settentrionali del Labrador

ha dichiarato Donald Redelmeier a Stat ricordando come, 35 anni prima, avesse notato che i dolori reumatici non sembravano peggiorare a seconda della posizione geografica dell’ospedale dove era assegnato.

Tuttavia non è possibile escludere che esista davvero un relazione tra acciacchi e condizioni atmosferiche, ma che sia estremamente difficile raccogliere dati in grado di provarlo oltre ogni ragionevole dubbio.

La ricerca, quindi, continua, e forse ne prossimi mesi potremo davvero capire qualcosa in più grazie al progetto di citizen science dell’Università di Manchester fino al 20 aprile i partecipanti al progetto potranno usare una app dove annotare, giorno dopo giorno, lo stato delle propri dolori articolari. Grazie al gps queste informazioni saranno in ogni istante abbinate al tempo atmosferico locale e inviate agli scienziati per l’analisi.

I dati raccolti sono già immediatamente accessibili a tutti tramite il sito, e chissà se entro fine di quest’anno non potremo finalmente avere una risposta definitiva su un’ipotesi vecchia quanto la medicina.

 

 

[Fonte https://www.wired.it/scienza/medicina/2017/01/20/tempo-atmosferico-ossa/]

iperlodosi-lombare

Cos’è l’iperlordosi lombare?

E’ un disturbo abbastanza diffuso, a carico della colonna vertebrale, che può derivare da diversi fattori.

Le cause dell’iperlordosi lombare possono essere molteplici e possono includere:

  • Cattive abitudini di postura.
  • Alterazioni congenite del bacino.
  • Processi patologici a carico della colonna vertebrale, come rachitismo, fratture, lussazioni, ernia del disco e osteoporosi.
  • Ultimi mesi della gravidanza.
  • Muscolatura addominale e lombare debole.
  • Obesità.

La condizione può, quindi, essere aggravata anche da fattori di rischio – postura sbagliata o gravidanza, per l’appunto – ma è spesso idiopatica, cioè priva di cause esterne.

Questa deformazione della colonna vertebrale presenta un’accentuazione della curva lordotica, ovvero quella zona che interessa la porzione inferiore della spina dorsale: la curvatura, generalmente, risulta superiore ai 40-50 gradi ed è in questo caso, per l’appunto, che si riscontra una condizione patologica.

I sintomi del disturbo

  • Bacino inclinato verso l’esterno
  • Addome sporgente
  • Rotazione del busto di pochi o molti gradi, a seconda della gravità
  • Dolori vertebrali
  • Lombalgie acute

La sintomatologia varia a seconda del grado di accentuazione della curva, il quale può essere ad ampio raggio o a piccolo raggio: nel secondo caso, ad esempio, la deviazione potrebbe essere addirittura asintomatica.

 

La cura per l’iperlordosi lombare

Spesso vi è una cura farmacologica  stabilita dal medico di base o dallo specialista, in associazione alla Fisioterapia, volta a ristabilire il giusto equilibrio muscolo scheletrico per recuperare un buono stato di salute con una corretta rieducazione posturale, eliminare o ridurre i fattori di rischio ed esercizi selettivi per ciascun paziente in base alla proprii punti deboli e storia clinica.

 

 

Dott Stefano Contri

 

 

 

 

 

 

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